Tra delitto e castigo: cosa vuol dire morire con dignità?

Negli ultimi giorni l’opinione pubblica di tutta Italia si è sentita chiamata in causa in merito alla discutibile questione relativa alle condizioni di salute del boss Totò Riina, che, nonostante la reclusione, continua ancora a far parlare di sé capitalizzando l’attenzione dei mass media e dei cittadini tutti. Una vera e propria corsa al riarmo in stile guerra fredda quella che si è scatenata sul web:  quanta indignazione piovuta sui social, quante sentenze al veleno sputate contro l’Italia e contro la Corte di Cassazione dopo che ha iniziato a girare la notizia della presunta scarcerazione di Totò Riina, noto boss mafioso che si è macchiato di crimini efferati per i quali è stato punito più volte con l’ergastolo e per i quali è detenuto da ventiquattro anni in carcere. Dal 2013 è sottoposto al regime carcerario 41-bis, il cosiddetto “carcere duro” che prevede una condizione di isolamento perenne e di sorveglianza 24h su 24.

LA RICHIESTA DELL’AVVOCATO – Tenendo infatti conto dell’età avanzata del detenuto e della gravità della sua malattia, l’avvocato di Totò Riina ha inoltrato un’istanza al tribunale di Bologna per chiedere la sospensione della pena o una conversione dal regime detentivo in carcere al regime domiciliare appellandosi all’articolo 27, comma 3 della Costituzione secondo il quale “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Proposta che ha suscitato un malcontento generale pur spaccando, tuttavia, la mela in due metà opposte. Da un lato si sono schierati i portatori di un sentimento di pura intransigenza (oltremodo comprensibile e giustificata) verso chi si è beffato tanto della giustizia che della vita umana nel suo più recondito significato e che riesce davvero difficile immaginare degno, anche solo per un secondo, di essere circondato dall’affetto dei cari e dalla nobiltà del popolo italiano (non sono pochi coloro che gli rifiuterebbero persino le più semplici cure). D’altro canto, il ruolo di cittadini di una nazione che voglia e possa a ragione definirsi civile, evoluta e democratica, ci obbliga ad un seppur doloroso passo indietro che implicherebbe forse una riflessione in più. Facendosi portavoce dell’ottica giuridica vigente nel nostro paese che guarda alla detenzione come a una sorta di presunta (laddove avvenga) “rieducazione” a scopo morale e dunque non come mero e svilente strumento punitivo teso a ledere la dignità umana, alcuni si dichiarano favorevoli a contemplare l’ipotesi di un’eventuale riduzione della pena ai soli domiciliari, tenendo in considerazione le precarie condizioni di salute del soggetto.

LA RISPOSTA DEL TRIBUNALE – I giudici bolognesi hanno però rigettato questa istanza, con enorme sollievo del popolo italiano e di noi tutti, argomentando che nonostante l’età avanzata e la malattia Totò Riina sia ancora un criminale pericoloso con un forte potere di imposizione sull’organizzazione mafiosa di Cosa nostra (della quale è ancora attualmente il perno centrale), un criminale che più volte si è preso gioco della giustizia italiana dichiarandosi pronto a collaborare e tirandosi indietro all’ultimo momento.

E DELLA CORTE DI CASSAZIONE – Arriviamo adesso a quello che ha scatenato l’indignazione del popolo (di facebook e non): la Corte di Cassazione ha annullato l’ordinanza e rinviato per un nuovo esame al tribunale di sorveglianza di Bologna, sostenendo l’assenza di motivazione: non basta la pericolosità del detenuto ad argomentare la negazione dell’istanza dovendo riconoscere ad ogni essere umano il diritto ad una morte dignitosa. Impulsiva e istantanea una domanda si affaccia allora nella nostra mente: per quale motivo un uomo che non si è mai preoccupato della dignità altrui, che ha ucciso uomini, donne e bambini nei modi più crudeli e disumani che possiamo immaginare, che ha distrutto la sua terra e la nostra terra e che forse non si è mai neppure pentito di tutto il male commesso, dovrebbe avere un trattamento diverso da quello che si merita e addirittura uscire dal carcere e passare agli arresti domiciliari?
La domanda è più che lecita, ma quello su cui vogliamo soffermarci è che la Corte di Cassazione non ha affatto parlato di scarcerazione, né di arresti domiciliari (almeno per il momento). Ha semplicemente dichiarato di aver bisogno di più valide motivazioni per poter accettare l’ordinanza del tribunale di Bologna.

DIAMO FIDUCIA ALLA GIUSTIZIA – Inoltre il precedente di Provenzano, anch’egli boss mafioso detenuto in regime 41-bis e gravemente malato, a cui furono somministrate le cure attraverso una struttura specializzata per garantire la salute di detenuti in stato di isolamento, fa ben sperare che anche per Riina possa essere trovata la stessa soluzione, che sia in grado di garantire la “dignità” della persona attraverso la somministrazione di cure adeguate (come di fatto già accade) senza annullare la pena né modificarne la modalità. Una soluzione che potrebbe mettere d’accordo tutti, scettici e garantisti, su una questione in cui, scindere la parte razionale da quella più propriamente emotiva ed istintiva per eccellenza, appare davvero difficilmente attuabile per coloro che intendano definirsi Uomini. Perché forse varrebbe a volte la pena ricordare più spesso che ciò che davvero differenzia l’Uomo da una bestie feroce non è puramente la più sviluppata capacità intellettiva, quanto la capacità di comprendere, di immedesimarsi nel prossimo: di “sentire” e percepire con l’anima. Una prerogativa che, purtroppo, come ci dimostra la realtà del mondo in cui viviamo, non possiamo ascrivere a tutti gli esseri umani.

 

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