One Love Manchester: “quello che la musica può fare”

“Da un concerto si dovrebbe tornare senza voce, non senza vita”.
E’ forse la frase che meglio rappresenta l’assurdità di un attacco terroristico macchinato e realizzato al termine di un concerto, in una platea piena di bambini e ragazzini ancora euforici per aver ascoltato dal vivo il loro idolo Ariana Grande. Pochi giorni fa un altro attentato ha colpito Londra: un furgoncino con a bordo tre uomini si è lanciato sulla folla sul London Bridge; gli attentatori avrebbero poi lasciato il mezzo per proseguire la loro azione colpendo con lunghi coltelli gente che fino a poco prima stava tranquillamente passeggiando per Borough Market.

L’IGNORANZA ATTACCA – Oltre alla disumana follia che spinge degli uomini a sacrificare la propria vita per uccidere degli innocenti, quello che accomuna questi atti di deliberata pazzia è il fatto che tutti si verifichino in momenti di svago o di divertimento, durante una festa o il sabato sera, quasi come se lo scopo fosse quello di privarci della nostra libertà, della libertà di passare una serata diversa e di vivere la vita in modo normale, senza la paura costante di essere colpiti, senza essere pervasi da un clima di terrore perenne.

LA MUSICA RISPONDE – Quante volte ci siamo chiesti come poter reagire in queste situazioni, senza però trovare una risposta adeguata? Ebbene, una risposta in realtà c’è stata, ed è stata proprio Ariana Grande a promuovere una bellissima iniziativa e organizzare il concerto “One Love Manchester” per gridare a gran voce la volontà di non rinunciare al divertimento, all’entusiasmo e alla musica e anche per raccogliere fondi per le famiglie dei feriti durante l’attentato alla Manchester Arena. Aveva già dimostrato una grande umanità nei messaggi rilasciati sui social e nelle immagini che la ritraggono in ospedale in visita alle vittime dell’attentato, ma ieri la cantante ha fatto breccia nei cuori dei suoi fan quando con voce commossa ha ringraziato il pubblico per essere stato presente a questo grande evento, nonostante la paura, nonostante tutto.

ARTISTI PRESENTI E… PARENTI ASSENTI – Se molti sono stati gli artisti che hanno ritenuto doveroso presenziare all’Old Trafford di Manchester per far sentire ancor di più la propria vicinanza al pubblico stretto intorno alle vittime degli attentati dei giorni scorsi, non sono mancati alcuni che si sono distinti per la loro discutibile assenza. Non bisogna andare nemmeno troppo lontano per scovare un illustre assente della serata: anzi, per alcuni, come Liam Gallagher, storico frontman degli Oasis, basterà cercare in famiglia. Parliamo del fratello Noel, per anni legato alla band di Liam e già autore in proprio di brani di successo come “If I had a gun”. Il controverso rapporto tra i due di casa Gallagher torna alla ribalta anche nella serata di Manchester in cui Liam ha intrattenuto il pubblico dei suoi concerti migliori scusandosi, come farebbe un buon fratello maggiore (peccato che sia proprio lui invece il secondogenito), per le bravate dello scapestrato “piccolo di casa” ma non riuscendo a risparmiare, almeno dal suo profilo Twitter,  un’invettiva al vetriolo destinata a Noel, impegnato in un viaggio insieme alla famiglia (“Noels out of the fucking country weren’t we all love get on a fucking plane and play your tunes for the kids you sad fuck…” le eloquenti parole di Liam).

Una serata, quella di Manchester, che però sarà ricordata non per gli assenti quanto per la presenza commossa e significativa di alcune tra le più importanti icone della musica internazionale.

LA NOSTRA OPINIONE – E’ impossibile non pensare a ciò che è successo e che, in generale e sempre più frequentemente, accade nel mondo. Se ci fermassimo anche soltanto un attimo a riflettere sui potenziali pericoli nei quali ciascuno di noi, nel suo piccolo della realtà quotidiana, potrebbe incorrere, da un’innocente passeggiata sul lungomare con gli amici a una cena in pizzeria, da quel viaggio che sognavamo di fare fin da piccoli al concerto così a lungo atteso (noi ne sappiamo qualcosa!), di certo ritorneremmo sui nostri passi senza alcun dubbio.

C’è chi si lascia prendere dalla psicosi di massa (con i tragici effetti che abbiamo imparato a conoscere), chi cela l’inquietudine dietro un sorriso sfrontato, chi trova consolazione provando a sdrammatizzare e a condividere l’angoscia con gli amici. Non esiste soluzione né atteggiamento univoco che possa essere adottato, non esiste il giusto né l’errore: qui entrano in gioco la personalità, i valori e l’attitudine alla reazione di ognuno di noi.

Ma sarebbe davvero giusto? Varrebbe davvero la pena, in una società sempre più egoista e votata all’autodistruzione, privarsi di quelle piccole ma preziose cose che ci rendono davvero felici, di ciò che, in un mondo di finzione e illusioni, riesce ancora a far spuntare un sorriso sincero sul nostro viso provato dall’incertezza e dagli affanni quotidiani? Vale davvero la pena segregarci, quasi fosse un bunker, nell’ambiente austero ed asfittico delle nostre case e delle nostre sole coscienze, senza condividere le nostre gioie e le nostre preoccupazioni con qualcuno, rinunciando così a vivere? Sarebbe un po’ come rinunciare a fidarsi di qualcuno per paura che possa tradirci: rischiamo di dimenticare così che ciò che conta davvero e dà valore alla nostra esistenza non è il fine estremo ma le esperienze che abbiamo vissuto, il ricordo che abbiamo irrimediabilmente lasciato in tutti colori che, apprezzandoci o meno, sono stati comunque sfiorati da noi.

50.000 PERSONE, UN SOLO GRIDO – Un concerto che ha unito le nuove, le presenti e le vecchie generazioni: da Robbie Williams e i Take That ad Ariana Grande, direttamente coinvolta nella tragedia della scorsa settimana, dagli intramontabili Coldplay a Miley Cyrus e Justin Bieber, idoli dei teenagers, è stato uno solo il boato che si è sollevato all’Old Trafford. Un grido di commossa ma orgogliosa e determinata ribellione, un grido di forza e di pace, di indomita libertà, un grido composto da voci dalle convinzioni, cultura e sfumature diverse ma, proprio per questo, ancora più sublime e dolce da ascoltare, un grido di speranza che possa lasciarsi ascoltare non solo tra le sole mura di Manchester, ma che risuoni chiaro al mondo intero attraverso la musica, il linguaggio universale per eccellenza. Perché “quello che la musica può fare è salvarci sull’orlo del precipizio“, secondo una felice intuizione di Max Gazzè. Perché fermarsi e rinunciare alla normalità non può avere senso. Perché il sipario, prima o poi, per quanto sia difficile, va sempre rialzato. Perché, come cantò uno dei più grandi artisti su scala mondiale, “the show must go on”.

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